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Zeca
Inviato il: Mercoledì, 14-Mag-2008, 01:06
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Intervista esclusiva al grandissimo PASQUALE DEL VECCHIO nel blog portoghese di Tex! (Con la collaborazione di Enzo Pedroni per la formulazione delle domande e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni.)

Con alcune tavole della nuova storia di Tex che sta realizzando, più alcuni disegni del nostro eroe!

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ymalpas
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Intervista con Gianluigi Bonelli.

A cura di Luciano Secchi ( Max Bunker ).

Tratta dalla rivista Eureka, numero 7, maggio 1968.




1) Incominciamo con l’età ... se si può dire!

Cinquantanove.

2) Qual è stato il primo personaggio che ha creato?

«Artagov, il Figlio degli Dei, una specie di Tarzan ambientato nell’epoca preistorica.

3) E gli altri?

Beh, il conto è un po’ difficile: posso ricordare solo i principali: Il Piccolo Filibustiere; La Piuma Verde; Andus; Il Crociato Nero; L’Uomo dal Pugno d’Acciaio; Il Cinque di Picche; La Pattuglia
dei Senza Paura; I Conquistatori dell’Abisso; Yorga; Yuma Kid e Tex.

4) Com’è nata l’idea di questo personaggio che alcuni pensano abbia anticipato l’avvento del «Western all’italiana» che ha tanto spopolato sugli schermi?

Come tutte le altre idee, ossia per caso. Di solito un editore chiede a un autore di scrivergli una bella storia e quest’ultimo, dopo una mezza giornata al massimo di riflessione, comincia a buttar giù l’idea e il personaggio cercando naturalmente di fare qualcosa di decente. Poi, come per tante altre faccende, ci si mette di mezzo Madama Fortuna e se Lei dà la spintarella tutto va bene; in caso contrario, l’editore convoca d’urgenza l’autore, l’uno e l’altro si guardano negli occhi e, dopo un rapido scambio di brevi ma efficaci parole, l’autore si dà urgentemente da fare per procurare un accidente secco al personaggio e mandano a suonar l’arpa nel paradiso che gli compete.

5) Prima dell’avvento dei così detti « fumetti neri », Tex era considerato un fumetto d’avanguardia come espressione liberalistica. I più conservatori infatti hanno avuto, se non andiamo errati, da ridire. Lei che ne dice?

Per quel che mi riguarda, ho sempre cercato di ricreare, nei racconti di Tex, l’atmosfera reale del vecchio West dove, purtroppo, gli uomini « giusti » erano costretti dalle circostanze a usare il « vecchio Giudice Colt » per reprimere gli abusi e le violenze messe in atto da elementi senza scrupoli, e di conseguenza, questa mia posizione di interprete fedele del modo di vivere di quei tempi mi ha spesso portato all’uso di un linguaggio piuttosto forte e a sceneggiature notevolmente violente. Tengo comunque a chiarire, e lo testimonia l’intero ciclo di avventure di Tex Willer, che non mi sono mai compiaciuto nel descrivere azioni in cui la violenza si avvicinasse al sadismo o fosse anche soltanto gratuita.

6) Oggi è di moda il sottofondo psicologico di ogni personaggio. Tex ne ha uno?... Quale?

Non complichiamo le cose. Tex non ha alcun sottofondo psicologico e non ho mai preteso di dargliene uno. Tex è un simpatico rdddrizzatore di torti uso a dar ragione a chi ce l’ha e senza badare al resto. Per Tex non esistono problemi razziali o sociali. Come ho già detto, per lui chi ha torto ha torto, anche se è il burbanzoso colonnello del Forte smanioso di coprirsi di gloria e far carriera a costo della pelle (mai sua!) dei suoi soldati e di quei poveri diavoli di indiani, o se è il solito sporco politicante stracorrotto che per ben riempire la cassaforte vende terre non sue a speculatori dalla coscienza coperta da peli di mammut.

7) La parte « colta» della popolazione ha recentemente scoperto i fumetti. Cosa ne pensa delle manifestazioni, convegni, tavole rotonde sui « comics »?

Che il turismo va sempre incoraggiato e che se le tavole sono ben imbandite, perché diavolo non onorarle?

8) Citi subito senza riflettere cinque personaggi da salvare presupponendo che per gli altri ci fosse il Farenheit 451.

Presto detto. Topolino; Braccio di Ferro; le storie di B.C.; Gordon e il Principe Valentino.

9) Comprendendo stranieri e italiani, quali sono a suo giudizio i migliori disegnatori?

Alex Raymond, Foster, Albertarelli, Molino, Uggeri, Tarquinio, D’Antonio, Giolitti, Ticci, Letteri, Galleppini e, per quanto io lo consideri più un valentissimo illustratore che un « cartoonist», Battaglia.

10) E quali i soggettisti?

Per quanto possa sembrare strana la mia affermazione, dirò che la mia cultura fumettistica vale una cicca, in quanto, appena smesso di scrivere Tex, mi dedico alla lettura di libri di fantascienza o polizieschi, e perciò non posso onestamente rispondere a tale domanda. Un tempo leggevo Gordon, Mandrake, Tarzan e il Principe Valentino, poi ho smesso di leggere fumetti perché, essendoci dentro sino al collo, che voglia potrei avere di leggere anche quello che scrivono gli altri?

11) Esiste qualche « cartoonist» che secondo lei non ha avuto la fortuna che meritava?

Un momento! Come la vogliamo mettere con l’espressione « fortuna »? ...Soldi in tasca? ...Stima da parte del pubblico? Beh, prendiamo allora la parola « fortuna» come sinonomo di notorietà e in questo caso, dal come la vedo io, risponderò che se uno ha « qualcosa» dentro, prima o poi anche gli altri, editori e pubblico, questo « qualcosa » lo vedono e il resto viene poi da sè.

12) E l’inverso?

Non datemi del facilone, ma per conto mio una fortuna non è mai completamente immeritata, in quanto è generalmente il frutto di un certo ingegnaccio, o di notevole costanza nel perseguire
certe mete.

13) Quali sono i suoi divi preferiti, intendendo per divi personalità dello spettacolo, sport e di ogni qualsiasi manifestazione a onor di cronaca?

In tutta coscienza, faccio raramente il tifo per qualcuno, però, se mi è concesso limitare la mia risposta al campo cinematografico, dirò che i miei preferiti sono, od erano, Gary Cooper, Burt Lancaster, Kirk Douglas, Dean Martin e Gary Grant.

14) E le sue letture preferite?

Libri gialli e di fantascienza.

15) Il suo pensiero sulla guerra del Viet-Nam.

Premesso che non ho la competenza necessaria per dare un giudizio su quanto sta accadendo nel Viet-Nam, dirò che la mia sensibilità di uomo è profondamente offesa dal fatto che, nonostante le dolorose esperienze del passato, si debba ricorrere ancora alle armi per trovare una soluzione a un conflitto di ideologie o di interessi nazionali. È naturale e umano che vi siano idee diverse, in politica e altro, ma, per Giove, perché mai ci si deve scannare?

16) Pro o contro divorzio? E perché?

Pro divorzio. Se due non vanno più d’accordo, perché costringerli a stare insieme?

17) Ci racconti un breve fatto della sua vita editoriale che spicchi per singolarità.

Desolatissimo, ma non ne ricordo.

18) Secondo lei, fra soggettista e disegnatore, chi ha naggior merito nel successo di una determinata pubblicazione?

Direi che il merito vada diviso con una certà equità, in quanto se il lettore gradisce un certo modo di scrivere o sceneggiare, pretende pure di vedere un buon disegno, chiaro e leggibile. Se poi
vogliamo portare il discorso sui motivi che hanno determinato la grande diffusione di certe serie, preciserò che a mio avviso, non esistono leggi precise che regolano detti successi. Per esempio, esaminando le storie italiane che nel dopoguerra incontrarono maggiormnte il favore del pubblico, direi che nessuna di queste venne illustrata da grandi firme, ma tutte ebbero però in comune l’immediatezza e la leggibilità delle illustrazioni eseguite da disegnatori che si limitarono ad essere i corretti interpreti del soggetto.

19) Ora dica qualcosa ai lettori di Eureka, qualsiasi cosa le passi per la testa.

Amici, leggete pure montagne di fumetti, ma non prendeteli mai esageratamente sul serio. In fin dei. conti,. il «fumetto» non è che un simpatico mezzo di evasione che vi trasporta in paesi lontani e proietta sullo schermo della vostra mente personaggi e avvenimenti fantastici. Di conseguenza, almeno una volta tanto, lo vogliamo leggere qualche buon libro?



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Inviato il: Domenica, 15-Giu-2008, 10:52
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Intervista a
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, tratta da Selezione Reader's Digest, Luglio 2005. Autore: Giuseppe Ivan Lantos




Selezione: Dottor Bonelli, è vero che quella honoris causa è la prima e unica laurea del suo curriculum di studi?

Bonelli Bonelli: Si. Subito dopo aver conseguito il diploma al liceo classico, mi ero iscritto a giurisprudenza. Ma ho dato soltanto due esami. Poi, bocciato, ho cambiato facoltà e sono passato a Lettere... però nel giro di qualche mese mi si è esaurita la carica per gli studi, e ho piantato tutto.

Selezione: E allora che effetto le ha procurato diventare dottore honoris causa, specialmente nella sua qualità di editore di fumetti: un genere, fino a qualche tempo fa, snobbato, per non dire disprezzato, dalla cultura accademica?

Bonelli: Più che altro sono rimasto imbarazzato. Questo genere di riconoscimento nel nostro ambiente è spesso una notizia che circola... circola ma non si realizza. Che mi risulti c'è soltanto un precedente, quello della laurea conferita a Giovan Battista Carpi, un disegnatore della Disney. Avevo assistito alla cerimonia e mi ero commosso. Avevo avuto una vera crisi emotiva pensando che era uno del nostro mondo, uno dei fumetti. M'ero detto: meno male che non tocca a me, non ce la farei a reggermi in piedi. E invece adesso mi è capitato. Ovviamente ne sono orgoglioso, anche per la categoria, ma credo che ci sia una grande sproporzione fra il disprezzo manifestato in passato per i fumetti dall'ambiente della cosiddetta cultura, e l'esaltazione di oggi. È anche vero che dal 1948, l'anno di nascita di Tex, molte cose sono cambiate, è mutato l'atteggiamento dei media, sono scomparsi tanti pregiudizi.

Selezione: Com'è entrato, lei, nel mondo dei fumetti?

Bonelli: Avevo la strada praticamente segnata. Mio padre Gianluigi era uno straordinario scrittore e sceneggiatore. Aveva esordito negli anni Venti scrivendo racconti per il Corriere dei Piccoli e per il Giornale illustrato dei viaggi dell'editore Sonzogno (nota di TexFan: casa editrice che pubblicò anche i famosi volumi di Salgari riguardanti la Tigre della Malesia
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). Si era formato leggendo autori come Jack London, Joseph Conrad, Robert Louis Stevenson, Jules Verne ed Emilio Salgari, con il quale aveva in comune l'abilità di ricreare con la forza dell'immaginazione realtà mai viste di persona. Pensi che lui, il creatore di Tex Willer, forse il cow-boy più conosciuto ed amato dal pubblico itialiano, ha visto gli Stati Uniti e il West per la prima volta quando ce l'ho portato io... aveva già settant'anni. Negli anni Trenta era stato direttore della casa editrice di Lotario Vecchi, che pubblicava testate come L'Audace, Il Vittorioso, Rin-Tin-Tin, Primarosa, Jumbo, e aveva incominciato a scrive le prime sceneggiature realizzate da grandi disegnatori tra i quali Rino Albertarelli e Walter Molino, il famoso disegnatore delle copertine della Domenica del Corriere. Finalmente, nel 1940, aveva rilevato L'Audace, che da Vecchi era passato a Mondadori, diventando dunque editore. Poi, per vicende familiari, la casa editrice era passata a mia madre Tea. Così, quando abbandonai l'università andai a lavorare con lei.

Selezione: Però lei non ha fatto solo l'editore, ma è anche autore, sotto pseudonimo, e ha creato serie di grande successo come Zagor e Mister No. Perchè lo pseudonimo?

Bonelli: Ho usato le pseudonimo di Guido Nolita per una forma di rispetto nei confronti di mio padre. Lui per tutta la vita ha fatto delle cose molto importanti, era bravissimo, e usare il nome Bonelli poteva creare confusione: non volevo che lui, che era un grande protagonista nell'editoria a fumetti, venisse scambiato per me, che invece ero un esordiente. Mi è sembrata la cosa più giusta da fare, e continuo a pensare che sia stato giusto così. Quanto a scrivere... ho incominciato quando già da qualche anno mi occupavo, e con gran soddisfazione, della casa editrice. L'ho fatto anche per curiosità, per capire quanto fosse difficile. Leggevo i soggetti di mio padre e degli altri autori, e mi chiedevo quanta fatica ci fosse dietro quel lavoro.

Selezione:: A quale dei suoi personaggi si sente più legato?

Bonelli: Direi a Zagor e a Mister No.

Selezione: Perchè? Ce ne parli un po'...

Bonelli: L'occasione di Zagor me la offrì Gallieno Ferri, un bravo disegnatore che allora in Italia nessuno conosceva. A quell'epoca non avevamo scrittori liberi, per dergli delle storie da illustrare, ma non volevo lasciarmelo scappare. Così ho provato a inventare io un personaggio. In quegli anni certi caratteri, tipo Capitan Miki e il Grande Blek, vendevano molto più di Tex, a striscia. Questo perchè Tex era una lettura piuttosto seria, che non si rivolgeva ai ragazzini ma a persone più adulte. Visto però che erano soprattutto i ragazzini che leggevano fumetti, ho voluto provare a fare un'alchimia di storie meno impegnative, più fantasiose e non legate al mondo del West classico. Ho inserito i miei elementi preferiti: una specie di Uomo Mascherato un po' misterioso, e un ambiente che facesse da contesto inconsueto, una foresta di tipo amazzonico. Poi, pur non essendo un appassionato di supereroi classici, ero affascinato dalle loro divise, dall'abbigliamento che si trasformava in un elemento di riconoscimento, e allora ho messo anche quello. L'ispirazione di Mister No me l'ha invece data l'incontro con un giovane pilota in Messico, alla fine degli anni Sessanta. Ero a Palenque e volevo visitare l'unico tempio Maya che ha le decorazioni dipinte, ma era difficile da raggiungere. Mi suggerirono di andarci con l'aeroplano di un tizio che faceva un servizio tra le fattorie, portando galline e maiali. Era molto giovane, vestito come un nostro paracadutista, fisicamente attraente, e con la rivoltella appesa alla cintura. Col suo aeroplanino volammo vicino a questo tempio di Guadanpaq. Era un posto dove lui aveva molti amici indios, che gli davano una mano a manovrare l'aereo, una volta atterrato, per consentirgli di decollare di nuovo. Io non sono tanto coraggioso, e quelle circostanze mi impressionarono abbastanza. L'elemento dell'aereo che permette di spostarsi in contesti anche ristretti, poteva servire a creare situazioni avventurose. Quando poi sono andato in Amazzonia, una delle mie grandi passioni, ho capito che era quello l'ambiente ideale: mi sono autoconvinto che, dopo tanto West, quel pezzo del mondo avrebbe voluto dire molte cose. L'Amazzonia di quegli anni era dura: c'erano ancora gli indios con le frecce avvelenate, le malattie erano più gravi perchè non c'erano le medicine, era difficile spostarsi. Quindi ho pensato di "prendere" quel pilota messicano, l'ho portato in Amazzonia e ne ho fatto un personaggio da un lato allegro, come in fondo allora ero io, ma anche un po' perdente.

Selezione: In generale come viene concepito (e poi partorito) un personaggio?

Bonelli: Una volta avveniva quasi per caso. Prendiamo per esempio Tex: dietro non c'era un'idea rivoluzionaria, era uno dei tanti cow-boy che popolavano il mondo dei fumetti. Nelle intenzioni del suo autore, mio padre, avrebbe dovuto vivere due o tre anni al massimo. Oggi invece, dopo cinquantasette (Nota di TexFan... 60!!!) anni, insieme con i suoi compagni d'avventura, Kit Carson (Nota di TexFan: nell'articolo Karson), il figlio Kit, e l'indiano Tiger Jack, è ancora sulla scena: è il fumetto più longevo del mondo, dopo Topolino e ha il primato delle vendite nelle edicole italiane. Anche oggi un personaggio può essere concepito dalla fantasia di un autore in un momento qualsiasi, magari durante un incontro in pizzeria. Poi però deve passare l'esame dell'editore, che valuta soprattutto il mercato delle edicole, che cosa c'è e che cosa manca. È inutile infatti creare personaggi che ne replicano altri. Così la gestazione può durare anche un anno e mezzo, e un'idea può subire modificazioni profonde. Ormai è difficile imbattersi in un'intuizione sconvolgente, anche se può ancora succedere quello che è capitato con Dylan Dog, il personaggio dell'investigatore dell'occulto creato nel 1985 da Tiziano Sclavi: un successo immediato, non cercato, arrivato del tutto all'improvviso, e che, dopo vent'anni, si prolunga ancora adesso.

Selezione: Perchè tra gli eroi dei fumetti non ci sono donne?

Bonelli: Perchè i personaggi femminili sono difficili da gestire. Noi però la nostra eroina l'abbiamo: è Julia, una criminologa creata da Giancarlo Berardi, fisicamente ispirata alla grande attrice Audrey Hepburn. Julia è una donna intelligente, elegante, fragile, per niente violenta, con una grande propensione a capire gli altri.

Selezione: Negli anni Settanta la televisione aveva concesso la propria attenzione al mondo del fumetto con la trasmissione Gulp! Fumetti in Tv. poi più nulla. Perché questo scarso interesse della tivù?

Bonelli: All'epoca c'era nei confronti dei fumetti un atteggiamento di disprezzo, sia intellettuale sia morale. Quel programma rappresentava una bella rottura. Oggi il pubblico dei fumetti, molto meno rozzo o ingenuo di quanto molti credono, non è però interessante dal punto di vista della pubblicità. Il lettore di fumetti non è il tipo che compera un dentifricio perchè ne ha visto la pubblicità in televisione.

Selezione: Nel presente e soprattutto nel futuro c'è e ci sarà sempre più Internet. Come vede il rapporto tra questo mezzo di comunicazione di massa e il fumetto?

Bonelli: Diciamo che non lo vedo, o meglio non voglio vederlo. Alla mia età ci sono cose che non voglio imparare. Io ho la passione del libro, sono capace di andare in Brasile per trovare un libro raro e se non lo trovo vado a cercarlo a New York. Per me Internet è la negazione di tutto questo. Con Internet non c'è lettura, quindi credo che su Internet non ci sia per il fumetto un futuro immediato.

Selezione: Da poco lei pubblica un nuovo fumetto, Brad Barron, ce ne vuole parlare?

Bonelli: Il personaggio è stato inventato da
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, ancora prima che Steven Spielberg decidesse di produrre e dirigere La guerra dei mondi. Ma come ambientazione siamo lì. Barron, per il quale ci siamo ispirati all'attore George Clooney, è infatti l'eroe di una serie di diciotto episodi ambientati nella seconda metà degli anni Cinquanta: ed è alle prese con i Morb, alieni che hanno invaso la Terra e vogliono distruggerne la civiltà. È un classico tema della fantascienza anni Cinquanta: la mini-serie "interpretata" da Barron si diverte a esplorare i più diversi ed emozionanti territori della letteratura popolare, e quelli del cinema e dei fumetti. Così, albo dopo albo, faranno capolino spunti narrativi che occhieggiano a genere come il western, il bellico, l'horror, il noir, il dramma esistenziale e l'avventura on the road. Vedrete.
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ymalpas
Inviato il: Domenica, 22-Giu-2008, 11:21
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Ho finito di trascrivere l'intervista a Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini concessa nel 1986 a Domenico Denaro. Assieme a tante altre confluirà nel secondo volume delle INTERVISTE che è in fase di preparazione. Se avete riviste, giornali, libri nei quali si trovano interviste agli autori potete postarle sul forum oppure inviarmele tramite e-mail. Sostenete il progetto!!!
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Zeca
Inviato il: Giovedì, 26-Giu-2008, 03:13
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Intervista esclusiva al grandissimo MARCO SANTUCCI nel blog portoghese di Tex! (Con la collaborazione di Carlo Monni ed Enzo Pedroni per la formulazione delle domande e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni.)

Con alcune tavole della nuova storia di Tex che sta realizzando, più alcuni disegni di... Dampyr!

No, devo dire che il mio presente non è più Tex. Nel momento che ho deciso di dividermi da Bianchini mi hanno fatto presente che non era possibile farmi lavorare più su Tex e quindi, senza un secondo di esitazione, ho chiesto di fare un genere che trovassi più consono alla mia formazione artistica e professionale. In ogni caso, per quanto riguarda questo “one-shot” che ho avuto con Tex: la storia è di Mauro Boselli. L'ambientazione è New Orleans e le paludi della Louisiana. Storia molto bella da disegnare, devo dire. Il passaggio alla tematica western? Beh, prima di farlo ne avevo una gran paura. Ora ne ho il terrore! Scherzo, naturalmente... o quasi. Beh, il western è un genere molto difficile e richiede una grossa cultura del genere che io non avevo. Gli unici western che mi piacciono sono quelli di Sergio Leone che poi alla fine non sono western “puri”. La documentazione è stata un grosso lavoro di ricerca. Per fortuna esiste internet!

Lavorare con Mauro Boselli è stato un trauma positivo per me. Nel senso che inizialmente ho fatto una fatica tremenda, al punto di avere la voglia di mollare tutto. Poi sono partito pian piano ed alla fine sono diventato talmente impermeabile alle sue spietate critiche che mi sono ritrovato fortificato nell'animo ma anche nella tecnica. Credo di aver fatto un grosso passo avanti grazie a Boselli. Fra l'altro, alla fine e con mia grande sorpresa, lo stesso Mauro ha sorretto molto il mio lavoro e di questo lo ringrazio ampiamente. Non a caso ho chiesto di continuare a lavorare con lui anche dopo Tex

Ho realizzato a tempo perso alcune pagine si Spider-Man, Wolverine ed X-Men. Qualche mese prima che terminassi Tex, Simone Bianchi (che mai finirò di ringraziare per la disponibilità!) mostrò alcune di queste tavole all'editor di Spider-Man, Stephen Wacker il quale, dopo qualche mese, mi ha contattato e proposto un lavoro.
La prima volta ho dovuto rifiutare perchè dovevo assolutamente finire prima la storia di Tex. Successivamente, quando la Bonelli mi ha permesso di passare a Dampyr, viste le lunghissime scadenze che avrei avuto (più di un anno per fare una storia, quindi molto diluite), non ho esitato ad accettare l'incarico americano. D'altronde, era difficile dire di no a Spider-Man! La storia su cui sto lavorando è in realtà una miniserie di tre numeri che dovrò concludere per Agosto, legata al maxi-evento Marvel "Secret Invasion".



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Zeca
Inviato il: Giovedì, 03-Lug-2008, 02:20
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Intervista esclusiva al grandissimo STEFANO ANDREUCCI nel blog portoghese di Tex! (Con la collaborazione di Carlo Monni ed Enzo Pedroni per la formulazione delle domande e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni.)

Il tuo primo personaggio bonelliano è stato Zagor, per il quale hai disegnato 4 storie, tre di queste scritte da Boselli; vuoi raccontarci del tuo impatto con Zagor e di come ti sei trovato con Boselli come sceneggiatore?
Stefano Andreucci: All’inizio è stata dura, doversi adattare al tratto di un altro, seppur grande, disegnatore. Però c’era molto da imparare e mi sono messo giù con impegno. Ma con le storie di Cain (che ho creato graficamente) mi sono sentito a mio agio e anche molto divertito. Con Boselli si collaborava bene e c’era partecipazione anche da parte mia anche se la nostra visione narrativa non è esattamente la stessa. Inoltre sono affezionato a Mauro con il quale collaboro dal 1993.


Ti sarebbe piaciuto continuare a disegnare le avventure del Ranger più famoso del Fumetto, oppure, com’è accaduto ad alcuni dei tuoi colleghi, che di recente vi si sono cimentati per poi abbandonarla, l’impresa ti fa, come direbbe Tex stesso, tremare i polsi?
Stefano Andreucci: No, che tremare i polsi! E che sarà mai. Anzi, il contrario, “che il cielo mi fulmini!”. Mi piacerebbe disegnare qualche storia di Tex ogni tanto, perché mi riesce familiare. Però mi piace variare e non legarmi troppo a una serie, altrimenti cadrei nella routine.


Da molti anni sei uno dei disegnatori di punta della testata Dampyr, della quale hai avuto il compito d'illustrare il numero 100 in uscita nel 2008. Una responsabilità, ma in fondo anche forse la tua consacrazione come il disegnatore più importante della serie dopo Majo. Tu cos’hai da dire al riguardo?
Stefano Andreucci: Sono grato a Bonelli e a Boselli per la possibilità che mi hanno dato e ora, visto che l’ho finito, posso dire che è venuto molto bene, questo numero 100. Però non credo di essere il disegnatore più adatto per Dampyr. Ma, visto come vanno le cose, forse mi sbaglio.


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ymalpas
Inviato il: Giovedì, 03-Lug-2008, 14:23
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Mille grazie, come sempre, Zeca. Ho un bellissimo "work in progress" sulle interviste, ma aspetto di aver altro materiale per condividerlo con voi amici!
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ymalpas
Inviato il: Venerdì, 15-Ago-2008, 17:41
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INTERVISTA A GUGLIELMO LETTERI

A cura di Antonio Carboni.

Tratta dalla rivista Fumo di China, numero 24, del 1994





Il suo Tex mi piace moltissimo. E non lo dico per fargli un complimento e così ingraziarmelo per l’intervista. No, glielo confesso perchè è davvero così.Per me, il suo è un bel Tex, e in questa concisa e secca affermazione c’è tutta la mia ammirazione per lui. La nostra chiacchierata inizia così e gli spiego che il servizio è per la rivista Fumo di China.

La conosce ?

Ne ho sentito parlare ma, per dirle la verità, non l’ho mai sfogliata.

Passo allora ad illustrargli brevemente la struttura della rivista e a spiegargli cosa mi aspetto da lui. O meglio, cosa si aspettano i lettori. Mi risponde in modo garbato e cortese, come chi non ama molto queste cose. Non per supponenza, ma proprio per una questione caratteriale. Ne terrò conto, gli dico. Ma poi lui subito mi interrompe per dirmi che il mio invito a partecipare a Inovafumetto ’94 gli ha fatto molto piacere. Forse avrà così l’occasione per tornare a Lugano, città che conosce e che trova molto graziosa.

Perchè forse ?

Ma sa, al momento non sono proprio certo di poter essere presente. Ma vedremo. Farò il possibile.

Per metterlo anche un po’ a suo agio, parto alla lontana con le domande.

Sa che a Lugano è già venuto suo fratello Giorgio. È accaduto in una edizione di sei o sette anni fa, se ben ricordo. Non era invitato ma capitò là con un amico. Sono Letteri, mi disse. E io credetti che fosse lei!

Si, ho parlato con mio fratello proprio in questi giorni e anche lui, quando gli ho annunciato che lei mi aveva invitato a Lugano, ha ricordato questo episodio. Tra l’altro ha detto che voi di Inovafumetto siete delle persone squisite.

Troppo buono, sono lusingato. Ma visto che abbiamo iniziato parlando di suo fratello, concludiamo questo discorso. Lui lavora ancora nel campo dei fumetti ?

No, non più. Ora si è dato ad altre attività. Però c’è stato un tempo nel quale la sua attività in campo fumettistico fu davvero molto intensa. Ha lavorato quasi sempre per il mercato inglese e in Italia praticamente è sconosciuto.

Senta, Letteri, parliamo un po’ di lei. Mi tolga innanzi tutto una piccola curiosità... Come si pronuncia esattamente il suo cognome ? Con l’accento sulla prima e oppure sulla seconda ?

Sulla seconda. Ma le confesso che a me piacerebbe di più l’accento sulla prima, se potessi scegliere. Ma la dizione corretta è con l’accento sulla seconda e.

Vede, abbiamo già chiarito la mia prima incertezza. Io direi di entrare nel vivo del discorso iniziando dal suo curriculum. Poi mentre mi racconta, mi permetterò ogni tanto di interromperla per farle qualche domanda. Le può andar bene ?

Penso di sì. Dunque, sono nato a Roma l’undici gennaio del 1926, ho frequentato le elementari nella mia città e poi, sempre qui a Roma, ho iniziato gli studi superiori. A tredici anni ho cominciato a viaggiare. Non per mia volontà ma per esigenze familiari. Mio padre era titolare di una piccola impresa militare e quindi per esigenze tecniche, chiamiamole pure così, ci trasferimmo in Albania per alcuni anni, dal 1939 fino al 1943. Ritornammo in Italia nel 1943 ed io ero ancora studente. In parte mi mantenevo gli studi con lavori saltuari e appunto questi lavori avventizi mi portarono ad abitare a Venezia per quasi un anno. Dopo, sono ritornato a Roma dove ho ottenuto il diploma di maturità classica. L’anno era il 1944. In seguito mi sono iscritto alla facoltà di ingegneria all’università di Roma ed ho frequenatto i corsi per tre anni.

In quel tempo lei era già attivo nel mondo del fumetto ?

No, assolutamento no. Mi piaceva il disegno, ma non pensavo che il mio futuro sarebbe stato così legato ad esso. A quel tempo mi piaceva moltissimo la musica, il jazz in particolare. Era appena finita la guerra ed il jazz era una musica “nuova” per noi, importata dalle truppe USA. Formammo un complessino, il Crystal Trio, con Carletto Loffredo, Umberto Cesari e io alla chitarra elettrica.

Caspita, ma lei mi sta parlando di un trio “storico”! Se ben ricordo ebbe un successo strepitoso all’epoca.

Si, in effetti abbiamo inciso diversi dischi e realizzato numerosi concerti per le truppe USA di stanza in Europa. Ci chiamavano spesso alla radio dove avevamo una mezz’ora tutta dedicata alle nostre esibizioni. Certe volte, tutti i giorni, altre alcune volte la settimana. Gli anni del Crystal Trio furono quelli fra il 1945 e il 1947.

Ma lei non partì poi per l’Argentina ?

Si, ci stavo arrivando. Era il 1948 e l’anno dopo cominciai a collaborare con l’Editorial Abril. Fu un’esperienza bellissima in quanto là c’erano molti italiani che diventarono poi dei grandissimi autori. Tanto per fare alcuni nomi, Hugo Pratt, Alberto Ongaro, Sergio Tarquinio, Mario Faustinelli. Poi lavorai molto anche per l’Editorial Columba e fu proprio con i componenti di questa editrice che strinsi le mie amicizie più vere. Intendo con i redattori, editori, soggettisti e disegnatori. Ma poi, cosa vuole, il periodo “argentino” volse al termine, come tutte le cose belle anche lui ebbe una fine. Venne così il lavoro per il mercato inglese e lasciai l’Argentina trasferendomi a Las Palmas de Gran Canaria, dove mi fermai per quasi un anno. Poi un nuovo trasferimento, a Lisbona. Lavoravo sempre per l’area inglese. Lisbona rappresenta per me una città di vari corsi e ricorsi. Là si sposò mia figlia, tanto per dirle. Vi sono ritornato spesso e devo ritornarci ancora. Mia figlia vive ancora là. Lasciai Lisbona per l’Inghilterra e mi stabilii a Londra. Lavoravo molto per la Fleetway e per la collana Love Story Library. Il lavoro non mancava, ma desideravo ritornare in Sud America. Sempre lavorando per la Fleetway mi trasferii di nuovo in Argentina, poi per un po’ di tempo in Uruguay e infine in Brasile.

Un grande viaggiatore, non c’è che dire. Quand’è che ritornò in Italia ?

Nel 1963. Tornai in Italia nel 1963 e l’anno coincide con la mia entrata alla Bonelli. Dapprima disegnai una storia poliziesca. Non mi chieda che cosa era perchè proprio non me lo ricordo. Dopo passai a Tex, nel 1964. Celebro il mio trentennale con il personaggio proprio quest’anno.

Un bellissimo compleanno, me lo lasci dire e mi permetta di farle i miei complimenti più sinceri. Guardi che tutto ciò non è retorica. Lei ha interpretato Tex con un disegno che io ho sempre ammirato. Si schernisce e subito riaffiora quel suo carattere schivo ma non privo di una grande cortesia e signorilità. Riporto la mia chiacchierata su argomenti più tecnici. Com’è il suo ritmo di lavoro ?

Al mattino mi alzo alle sette e mezza, ma comincio a lavorare soltanto verso le nove, nove e mezza e proseguo fino a mezzogiorno. Riprendo alle tre del pomeriggio e vado fino alle undici di sera. A volte capita che abbia alcune incombenze in mattinata che mi fanno perdere del tempo. Allora reintegro queste ore perse al mattino, lavorando fino a sera tardi, anzi meglio dire fino a notte.

Quanto tempo impiega in media per realizzare una tavola ?

Dalle nove alle dieci ore, raramente meno.

Com’è la sua tecnica di lavoro ? Può parlarcene un po’ ?

Prima eseguo un bozzetto a lapis. Poi lo cancello, in parte, per sovrapporgli un disegno più particolareggiato. In seguito la china, tutta a pennello ( il numero 3 ). Pennino, a volte, solo per linee rette.

Come interpreta le indicazioni della sceneggiatura ? Le segue diligentemente oppure con una certa libertà ?

Difficilmente mi prendo delle libertà di interpretazione. Fin dove è possibile, eseguo alla lettera ciò che trovo scritto nella sceneggiatura, anche perchè è davvero raro che una scena descritta dallo sceneggiatore non sia tecnicamente eseguibile.

Lei si diverte ancora a disegnare ?

A volte, ma direi che disegnare per me è lavorare.

È un appassionato di fumetti ? Cioè legge anche altri autori ?

Saltuariamente vedo e osservo altri fumetti, ma in modo sbrigativo. Non per mancanza di interesse ma per questione di tempo. Il lavoro mi assorbe molto, non mi resta davvero molto tempo per altre cose.

Ha degli autori preferiti ?

Ritorno un po’ al discorso che le ho fatto prima. È il tempo che mi manca e quindi non è che seguo molto da vicino i lavori degli altri. Conosco diversi autori italiani, so che sono bravi ma non faccio nomi, altrimenti farei certamente torto a qualcuno. Se proprio devo dire un nome, potrei confessarle che il mio maestro l’ho sempre considerato Alex Raymond.

Solitamente lei non interviene alle varie manifestazioni fumettistiche. Si può desumere che lei non ama molto le convention ? E di riflesso non ami nemmeno molto il contatto con il pubblico ?

Ma guardi, io sono essenzialmente un introverso. Paradossalmente, le difficoltà nel contatto diretto con il pubblico sono aumentate con l’età. Cioè al contrario di come dovrebbe essere, immagino.

Come vede personalmente il personaggio di Tex ? Alcuni, ultimamente, dicono che è un eroe che si sta fossilizzando. Noi texiani inorridiamo a simili affermazioni. Lei cosa ne pensa ?

Io non so se il personaggio si stia fossilizzando o meno. Non vorrei nemmeno dare un giudizio in proposito. Sicuramente in un’epoca di cinismo sfrenato come la nostra, di corruzione, di degrado etico e molte altre cose ancora, il personaggio Tex si mantiene pulito, fresco. Penso che specialmente i giovani avvertano questo.

Ci sono delle storie di Tex, disegnate da lei, alle quali è particolarmente legato ?

Così, al momento, è una domanda che mi coglie un po’ impreparato. Ho nostalgia se penso ad alcune storie realizzate con G. L. Bonelli, molti anni fa. Qualche titolo di queste storie ? Direi “Il signore degli abissi”, le prime storie con il personaggio di El Morisco, “La regina della notte”...

Quali sono i suoi hobby ?

Non ne ho molti. Tex porta via tutto il mio tempo. Una volta, come le ho raccontato, avevo la musica. Ora non la suono più, da molto tempo. Amo ascoltarla, spesso mentre lavoro.

Mi scusi se ritorno un po’ indietro nel tempo, ai suoi primi lavori con Tex. Come fu l’impatto con il personaggio ?

Be’, ricordo che iniziai con il classico formato a striscia, che era in voga all’epoca. Rammento anche che gli inizi furono molto duri ed ebbi anche delle difficoltà di rodaggio. Occorse tempo, insomma, per entrare in sintonia con Tex. Però quei tempi eroici sono lontani e anche la memoria mi gioca a volte dei brutti scherzi. Vede io non ho mai tenuto un archivio dei miei lavori, ne mi sono mai annotato periodi, titoli, serie, insomma tutte quelle cose che oggi vanno tanto di moda tra gli studiosi e appassinati di fumetti.. Capisco che il fumetto sia diventato ai giorni nostri anche oggetto di studio, di tesi di laurea, ecc... una rivalutazione che mi fa anche molto piacere Ma io ho sempre considerato il “fare” fumetti come un lavoro, onesto, impegnativo e duro, anche.

Ha ragione. Mi ha espresso inoltre molto bene e sinteticamente alcune insofferenze nel dover ricordare episodi e periodi ormai molto lontani nel tempo. Cambiamo argomento e giungiamo ad un tema che mi è particolarmente caro, e cioè le donne nel fumetto di Tex. È d’accordo se ne parliamo un po’ ?

Si, in linea di massima si, ma non so dove lei voglia andare a parare.

Nessun argomento scabroso, per carità. Soltanto una sua opinione sui personaggi femminili nel fumetto di Tex. Lei cosa ne pensa ?

Vedo la figura femminile come un elemento di contorno alla storia, un qualcosa di complementare. Non andrei oltre questa valutazione.

Lei ha realizzato dei ritratti femminili che sono entrati giustamente nella storia della saga texiana. Come potremmo dimenticare figure quali Esmeralda, Jane Brent, Min-Li, Mitla, Ah-Toy ? C’è qualcuna di queste donne che lei ricorda in modo particolare ?

Direi Esmeralda e Mitla, la diablera.

Disegnando queste donne si è ispirato a persone reali oppure si tratta di parti di fantasia ?

Sarei tentato di dire che sono frutto di fantasia. Però, se rifletto bene, potrebbe anche esserci un’ispirazione a livello di sub-conscio che mi porta a disegnare figure immaginarie in uno stato onirico e che hanno preso corpo plasmandosi poi sotto l’influsso di immagini ricorrenti ( film, tv, illustrazioni, ecc )

A questo punto devo spiegare ai lettori che Letteri si è prestato ad interpretare “Tex a Lugano” con una tavola. Era completamente libero di realizzare ciò che riteneva più adatto, rispettando uno sfondo della città, vie o piazze, in base ad una documentazione fotografica che gli avevo inviato. Tutto questo non solo per Letteri, naturalmente, ma anche per tutti gli altri disegnatori di Tex invitati a Lugano. Queste tavole saranno poi esposte in occasione della manifestazione luganese e serviranno per un albo speciale che sarà unito al libro-catalogo ufficiale della rassegna. La tavola di Letteri mi era giunta proprio nei giorni di questa intervista e quindi era giusto che ne parlassi con lui.

Caro Letteri, io devo ringraziarla per la tavola che lei ha realizzato. Ho apprezzato moltissimo la sua interpretazione di Tex con lo sfondo della torre della cattedrale di Lugano.

Le è piaciuta veramente ? Sono contento perchè, sa, avevo paura di non avere scelto una grande inquadratura.

No, no. Anzi, le dirò che pur essendo indubbiamente il campanile della cattedrale, c’è un qualcosa di magico nella sua tavola, che richiama ad altre scene che rieccheggiano le torri spagnole o scenari messicani. Bellissima, le assicuro. Lei ama disegnare gli scenari western ? A me sembra che li “senta” in modo particolarmente intenso. È così ?

Si, mi piace molto descrivere questi paesaggi, i picchi montagnosi, gli antichi pueblos, le vecchie missioni messicane, i villaggi sperduti nel deserto, le “mesas”. Si, amo molto questi scenari dell’avventura.

Sono forse un ricordo di “pampas” e visioni argentine ? In fondo lei ha vissuto a lungo in quel paese.

Non so, potrebbe anche darsi.

Ho sentito che è ritornato da poco da un breve viaggio laggiù. Torna spesso in Argentina ? Ha ancora dei legami che la riconducono là ?

Si, effettivamente sono appena tornato da un viaggio di due settimane. No, purtroppo non ho più legami affettivi in Argentina. Ci sono dovuto andare per dei piccoli interessi, il pagamento di un affitto di due terreni, ma cose da poco. Ma è triste per me ritornare nei posti che mi videro attivo da giovane e non ritrovare più gli amici di un tempo. Li cerco, a volte, ma alcuni sono morti, altri sono partiti, certe attività che conoscevo sono scomparse. Mi è sembrato quasi di rivedere un vecchio film, che risveglia ricordi e sensazioni sopite e che dà esattamente il senso del tempo che è trascorso. È stato un viaggio, questo, che mi ha procurato molta tristezza...

Comprendo che la chiacchierata è giunta al termine e mi sembra corretto lasciare cadere lì il discorso. Spero di essere riuscito a ricostruire in queste note, i discorsi intercorsi fra noi al telefono e gli scritti che ci siamo scambiati e che ho tentato di amalgamare in questa intervista cercando di darle un certo filo logico. Grazie Letteri, e auguri per i suoi trenta anni con Tex, con la speranza di molti futuri anni di proficuo lavoro, per la sua soddisfazione, ma soprattutto per la nostra gioia.
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ymalpas
Inviato il: Venerdì, 29-Ago-2008, 09:14
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Zeca
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Intervista esclusiva al grandissimo GIANCARLO BERARDI nel blog portoghese di Tex! (Con la collaborazione di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni.)


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Zeca
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Intervista esclusiva al grandissimo ROSSANO ROSSI nel blog portoghese di Tex! (Con la collaborazione di Carlo Monni e Enzo Pedroni per la formulazione delle domande e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni ed alcuni foto di Omar Bacis.)

Con alcune tavole della nuova storia di Tex che sta realizzando, più alcuni disegni del nostro eroe!

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segnalidifumo
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Navigando in giro ho trovato questa:
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un'intervista al mitico FILIPPUCCI E I 60 anni di TEX! aloha!
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TexFanatico
Inviato il: Martedì, 21-Ott-2008, 21:01
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Intervista a
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Articolo scritto da Rocco Bianchi per il Corriere del Ticino, apparso sullo stesso di sabato 27 settembre 2008:

SessanTex


Il celebre eroe dei fumetti festeggia i 60 anni



L'intervista

CdT: È vero che Lei non sente particolarmente questo anniversario?
"Vero. Forse uno psichiatra direbbe che lo trascuro per vigliaccheria. Perchè non so cosa fare. Il pubblico, che è abituato ad altre manifestazioni, pretende cose che on riusciamo a dare".
In che senso?
"Quando abbiamo festeggiato il quarantennale della seria -una cosa unica al mondo!- abbiamo fatto una bella mostra, con ricostruzioni ambientali e altre cose per vivacizzarla un po'. Ma già per il cinquantesimo abbiamo regalato un libro, come quest'anno. Perchè fare libri è l'unica cosa che sappiamo fare. È molto difficile organizzare anche solo un mini-evento per una ricorrenza".
Al di là delle vostre forze?
"Non abbiamo una grande struttura, lo può benissimo vedere dalla nostra sede. Per qualche anno abbiamo organizzato un festival del film dell'orrore per Dylan Dog. La testata stava andando alla grande, e io intendevo così contraccambiare l'entusiasmo del pubblico. Avevamo affittato il Palatrussardi e venivano tutti i giorni, per una decina di giorni, 6/7000 ragazzi. Era impressionante".
Impossibile continuare?
"Diciamo che le autorità non ci hanno dato un grande aiuto. Ma soprattutto abbiamo passato mesi a faticare come dei matti e dieci giorni tremendi, sperando che tutto andasse bene. Non siamo una grande casa editrice con una sovrabbondanza di personale; qui siamo quelli che siamo".
In effetti qui più che una casa editrice sembra un appartamento...
"Io ci vivo quasi sempre. Pure il sabato e la domenica vengo qui. È chiaro che ci porto i miei quadri, ci lascio i miei juke-box, i giradischi... le mie cose. Se sono a Milano, proprio per un mio sistema di vita, sto meglio in ufficio che a vasa, e allora ha sempre preso più la faccia mia. E il mio disordine".
Torniamo a Tex: se potesse, come lo cambierebbe?
"Ma, rispetto agli esordi, è già cambiato! Avevo iniziato io, rendendolo più riflessivo, e poi hanno continuato, più o meno involontariamente, gli autori che sono venuti dopo di me. Ciò non toglie che, stando almeno a quanto mi scrivono ancora oggi i lettori, quello preferito era il primo, quello di mio papà. Proprio perchè era fuori da ogni logica".
La totale sospensione dell'incredulità, è questo che affascina?
"Sembra proprio così. Anche se, a onor del vero, c'è anche chi mi scrive per chiedermi di farlo più moderno. Ma sono la minoranza".
Cosa le chiede questa?
"Una donna, soprattutto. Vorrebbero una maggiore presenza femminile; non dico una storia erotica, ma un eroe con a fianco la sua eroina, come oggi al cinema. Ma io ritengo che la maggioranza non sarebbe d'accordo, per cui...".
Nel numero per il sessantesimo però avete rispolverato la moglie morta.
"Si, e se non ricordo male a un certo punto c'è pure un casto bacio. Ma Bonelli-padre (lo chiama proprio così, ndr.) l'aveva fatta morire subito proprio perchè gli dava fastidio nello sviluppo dell'avventura, che era e doveva rimanere un mondo del tutto maschile".
Eppure il primo Tex ha avuto un'evoluzione: dapprima fuorilegge poi ranger; da giovane scapolone a uomo sposato con un figlio... Solo una volta morta la moglie e diventato adulto il figlio Kit tutto si è fermato. Come mai?
"Bisogna pensare ai tempi in cui Tex è nato, il 1948 (il matrimonio e il figlio sono di pochi anni dopo), e soprattutto al fatto che all'inizio il personaggio non aveva un grande successo. Altri erano le serie - Il grande Blek, Capitan Miki, Il piccolo sceriffo...- che incontravano i favori del pubblico. E lui, che era un grande professionista, se ne chiedeva i motivi".
E che conclusioni ha tratto?
"Bonelli padre scriveva per un pubblico semi-adulto o adulto, non per ragazzini di 8-12 anni, che quindi si immedesimavano poco con il suo personaggio. Ecco che allora gli ha fatto comodo costruirgli una famiglia, accalappiando in tal modo anche parte dei lettori che erano abituati agli eroi-bambini. Per di più gli scelse una moglie indiana: una grande intuizione, in anticipo rispetto alla rivisitazione del genere western attuata dal cinema".
Scelta però, come detto, abbandonata abbastanza velocemente...
"La cosa più importante da capire, e che io non riesco mai a spiegare bene, è che Tex nasce e va avanti, per lo meno nei primi tempi, in modo un po' casuale. Oggi invece è tutto diverso".
Diverso come?
"Le farò un esempio. Prima parlavo con Luca Enoch per una nuova serie sua. Mi ha mostrato tutto: le caratteristiche del personaggio e degli albi per i prossimi mesi, se non di più. Farei anch'io così se dovessi mettermi a scrivere ancora di fumetti".
Tex nel 1948 invece?
"Nasce un po' a casaccio. Fin dal nome, con mia madre che aveva paura che con la parola Killer avremmo avuto problemi; per questo è stato cambiato in Willer. Del resto mio padre non se ne preoccupava troppo: pensava che, come quasi tutti i fumetti dell'epoca, anche questo sarebbe durato poco e poi sarebbe stato costretto a cambiare".
Mai profezia si è rivelata più errata...
"Evidentemente. Ma è per questo che il primo Tex è pieno di ripetizioni. E di contraddizioni".
Non ha mai pensato di far continuare la saga famigliare?
"Io no. Anzi, quando lo scrivevo io Tex lo mettevo o da solo o al massimo in due. Era mio padre che ha voluto che fossero quattro, perchè era un maniaco dei tre (che poi in realtà sono quattro) moschettieri. Uno per tutti tutti per uno e lui sembrava bello. In realtà non è così".
"Anzitutto perchè disegnatori e sceneggiatori sono disperati, che i problemi da risolvere non sono indifferenti (parla uno ma nel contempo devono parlare gli altri tre...). E poi per i personaggi: il figlio è un doppione del papà; Kit Carson è stato stravolto fin in maniera esagerata ed è diventato una macchietta, una spalla quasi comica con continui battibecchi con Tex; e Tiger Jack, che è quello che preferisco, interviene poco, è spesso in secondo piano".
Moltiplicare i personaggi quindi non se ne parla proprio?
"In realtà c'è stato un momento, negli anni '50, quando come detto impazzavano gli eroi-bambino, in cui mio padre mi aveva proposto una serie dove il protagonista era Kit Willer, il figlio di Tex. Ho ancora lì i soggetti, che non sono però mai stati disegnati".
Per quale motivo il progetto non è andato in porto?
"Ero giovane, ma già cominciavo ad avere la mia autorità (già mi occupavo della casa editrice). Secondo me era passato il momento dell'eroe-bambino - Il Piccolo ranger e il Ragazzo nel Far West, che scrivevo io, andavano così così - per cui decisi di non farlo".
Quand'è che Tex ha iniziato a decollare?
"Con mia madre, che era bravissima a far di conto, avevamo intuito che i lettori avevano un po' più di soldi e volevano più pagine. Così siamo passati dal formato della striscia al quaderno, che ora chiamano appunto "formato Bonelli". È stata la decisione chiave, quella che ha cambiato tutto. Non un boom, ma un aumento costante di 10.000 copie al mese".
Questo le ha dato problemi?
"Più che altro ho dovuto aumentare il numero dei disegnatori, e non c'è nulla che faccia male a un giornale come cambiare il disegnatore. Per lo meno una volta, che adesso i lettori si sono abituati al cambio del segno grafico".
E allora che reazioni ebbero?
"Anche se ho cercato di scegliere disegnatori che si avvicinavano al segno di GAlleppini, all'inizio ho avuto un momento negativo. Per fortuna il personaggio è stato ed è talmente forte, che ha retto".
Aurelio Galleppini, detto Galep, è stato l'altro grande artefice del successo di Tex, nevvero?
"Il suo segno è piaciuto subito moltissimo. Ma a parte l'aspetto creativo, il suo grande merito è stato quello di aver sgobbato come un matto giorno e notte, di essersi sacrificato per il suo personaggio. Solo quando era malato qualcuno, seminascosto, gli dava una mano. Ma se ne sono accorti solo gli esperti".
Prima ha introdotto nuovi disegnatori, poi nuovi autori. Quale passaggio è stato più difficile?
"Bonelli padre era affezionatissimo al suo Tex, e non mollava; non si fidava di nessuno. Poi, con l'età, ha cominciato a fare un po' più di fatica a scrivere, e li ha iniziato a cedere. Il primo sceneggiatore diverso da lui sono stato io, che non avevo una grande esperienza (diceva che andavo bene per Paperino e Topolino perchè ero più bravo a scrivere scenette comiche che quelle drammatiche) ma ero pur sempre suo figlio. Gli ho comunque dovuto garantire che gliele avrei fatte rileggere, le mie storie. Poi lentamente sono arrivati pure degli estranei, anche se non è facile trovare qualcuno che scriva circa 100 pagine al mese".
E sempre sul vecchio west, per di più.
"Si, Tex è legato a questa atmosfera, che però è un periodo che dura poco, 50 anni al massimo. Ormai abbiamo sfruttato tutto, qualsiasi episodio (ed i vari passati??? -nota di Tex Fanatico). Tant'è che già mio padre ogni tanto immetteva elementi fantastici o soprannaturali, come il mago Mefisto. Chiaro che le storie alla fine sono sempre quelle, con solo qualche minima variazione. Tuttavia il lettore è contento, si accontenta di poco... (ma lo crede sul serio??? - sempre nota di Tex Fanatico)".
Quanto durerà ancora secondo Lei Tex?
"Non dovrei dirlo, perchè io meno gramo e faccio il gufo da parecchi anni. È da tempo che dico che tutti i fumetti, non solo Tex, finiranno presto. Ma sono sempre stato smentito, anche se il mercato è in deciso calo (
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). Io dico che, visto l'andazzo generale, regge ancora 5 anni".
Rocco Bianchi
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corvo59
Inviato il: Venerdì, 24-Ott-2008, 15:24
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Pard
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...l'ultima frase è di questa intervista è quella che mi induce a fare una scommessa con il vecchio Sergio: Tex terrà ben oltre i 5 anni!!


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ymalpas
Inviato il: Venerdì, 24-Ott-2008, 20:03
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Auguri Tex, eroe per amico
Il personaggio Bonelli compie 60 anni

Intervista a Sergio Bonelli di Domenico Catagnano, apparsa nel settembre 2008 su www.tgcom.mediaset.it


Quella di “Tex, un eroe per amico” è una citazione, che si riferisce all’omonimo titolo di un preziosissimo volume uscito dieci anni fa che festeggiava il cinquantennale del ranger. Mezzo secolo sembrava davvero un’eternità, un incredibile traguardo per un personaggio nato senza grosse pretese e che invece è diventato uno dei punti di riferimento del fumetto italiano. Un amico, insomma, per diverse generazioni.

E ora gli anni sono diventati sessanta, considerato che il 30 settembre del 1948 faceva la sua comparsa “Il totem misterioso”, prima striscia della lunga saga. E con chi se non con Sergio Bonelli, figlio di Gian Luigi, il creatore di Tex Willer, oggi editore delle sue avventure, si possono scambiare quattro chiacchiere per festeggiare l’evento?



Peste, sono già sessanta! Niente male per un personaggio su cui all’inizio suo padre non aveva scommesso…

Proprio così. In quel periodo mio padre e Galep (al secolo Aurelio Galleppini, il disegnatore per eccellenza di Tex, ndr) lavoravano su Occhio Cupo. Galep aveva una mano straordinaria e si ispirava ai grandi disegnatori americani, Alex Raymond in primis. Occhio Cupo era un albo destinato a un élite che capisse un disegno raffinato, curato. Galep lo disegnava con tutti i crismi di giorno e poi, alla sera, a tempo perso, faceva queste striscette su un cowboy che era destinato a diventare uno dei tanti che erano nelle edicole di quel periodo. Con nostra grande sorpresa Occhio Cupo non ha avuto successo, mentre questa strisciolina disegnata in gran fretta e che mio padre scriveva molto velocemente via via ha riscosso i consensi dei lettori, nonostante lo ritenessimo un prodotto di serie B.

Ma fu successo immediato?

No, Tex ha cominciato ad andare bene dieci anni dopo la sua nascita, i primi anni sono stati faticosi. In quel periodo il western andava forte, c'erano fumetti tipo "Il piccolo sceriffo", "Capitan Miki" e "Grande Blek" che erano scritti per i ragazzi. Bonelli padre scriveva per un pubblico un po' più adulto, e Tex tardava ad affermarsi. Una volta esploso, è stato in inarrestabile ascesa fino agli anni '80.

E oggi come va?

Inutile nasconderlo, abbiamo perso molti lettori rispetto a quindici-vent'anni fa, vendiamo un po' più di un terzo se facciamo il confronto col periodo d'oro. Tex però tra i fumetti della nostra casa editrice è quello che vende ancora di più, 220-230mila copie al mese. E’ seguito da Dylan Dog, già il terzo che è Nathan Never vende solo 60mila copie. Con alcune testate faccio fatica ad arrivare alle 40mila copie.

E’ possibile fare l’identikit del lettore medio di Tex?

E' una persona matura, non un ragazzino, e condivide con noi quei valori in cui credeva tanti anni fa e che magari un po’ ingenuamente segue anche oggi. Tex è la rappresentazione di chi sta con i deboli, con la giustizia, rappresenta il trionfo dell'amicizia, della lealtà, persino della famiglia. E sono lettori molto affezionati al personaggio, basta vedere come seguono anche le ristampe…

Cioè?

Quelle della serie regolare vanno ancora bene, vendono 30-40mila copie al mese, ed è una cosa impensabile perché praticamente noi ristampiamo il personaggio da sempre. Ma ci hanno sorpreso, fino a un certo punto, quelle fuori serie realizzare col gruppo l’Espresso. Vuoi la novità del colore, o la carta bella, o l'edizione che è più elegante, fatto sta che anche il lettore "storico" di Tex le ha acquistate, forse perché la sua collezione sta un po' invecchiando…

Ma torniamo al 1948, al sodalizio tra suo padre e Galep…

Quell’anno Galleppini lavorava e abitava già a casa nostra, a Milano, perché in quel periodo trovare alloggio in città era cosa difficilissima. Erano due persone diverse, mio padre era estroverso, super orgoglioso del proprio lavoro e ovunque andassimo veniva sempre fuori che lui era quello che scriveva Tex. Il fumetto è stata la motivazione della sua vita. Galleppini era tutto il contrario, stava molto per conto suo. Era un uomo tutto casa e famiglia, non dava troppa confidenza. Loro due si vedevano abbastanza spesso, anche se Galleppini si stabilì in Liguria. Andavano d'accordo, forse anche perché abitavano distanti. D'estate andavano a fare le vacanze assieme sulle Dolomiti.

Due personalità molto diverse, quindi…

Sì, e nel lavoro in fondo nessuno dei due ha cercato di sovrastare l'altro. Spesso è il disegnatore che si pone in quest'ottica dominante, ma Galleppini non ha mai cercato di mettere nel fumetto la sua grande abilità in modo da distrarre dal racconto, anzi, molto umilmente, da grande professionista, si metteva al servizio del racconto, e forse anche questo è piaciuto ai lettori. Il loro è stato un incontro giusto al momento giusto.

Suo padre raccontava l’America del west ma non ci era mai stato. A cosa si ispirava?

Lui andava tantissimo al cinema e leggeva molta letteratura popolare americana, sapeva a memoria Jack London e amava molto Zane Grey. Gli piaceva ritenersi come Salgari, che descriveva i posti senza esserci mai stato. Ma alla fine in America ce l’ho portato io…

Ci racconti…

Era il 1988. Io, lui, che aveva già 80 anni, e mio fratello, facemmo un percorso molto texiano, dall'Arizona al New Mexico. Lui faceva finta di niente, di non sorprendersi di nulla, ma noi capivamo che era molto felice di stare lì. E chiaramente non mancarono bistecche alte due, tre e quattro dita con patatine, che facevano parte regolarmente della sua dieta.

Per i sessant’anni è uscito un albo tutto a colori, come nella miglior tradizione delle ricorrenze in casa Bonelli, dove torna in un flashback Lilyth, la moglie indiana di Tex, forse fatta morire troppo presto. Come sarebbero state le avventure di un Tex sposato?

Quando andavamo al cinema a vedere i western, a mio padre piacevano le eroine dei film d'avventura, non gli davano fastidio. Ma il pubblico quando spuntava una donna che diceva al protagonista di non andare allo scontro fischiava, vedeva malvolentieri questa presenza femminile. Bonelli era un sostenitore del filone avventuroso e in fondo anche un po' violento. Finché gli ha fatto comodo che Tex avesse una moglie, l’ha tenuta. Appena ha capito che poteva dargli fastidio, l’ha eliminata.

Invece è “sopravissuto” il figlio, Kit Willer…

Allora andavano forte gli albi con protagonisti bambini, e lui, che aveva visto la difficoltà iniziale di Tex perché lo rivolgeva ai grandi, aveva aggiunto un personaggio giovane per conquistare un’altra fetta di lettori. Pensi che avevamo previsto una serie in cui si vedeva solo Kit Willer, ma poi abbiamo cambiato idea. E’ un personaggio che, mi rendo conto, ha pochi tratti caratteristici, ma mio padre lo ha tenuto vita perché gli ricordava una sua passione giovanile…

Ossia?

Con Tex, Kit Willer, Kit Carson e Tiger Jack lui ha ricreato i quattro moschettieri. Amava tantissimo Dumas, l'idea di avere quattro personaggi lo riportava allo scrittore francese.

In allegato al numero del sessantesimo anche un romanzo scritto da Gian Luigi Bonelli nel 1951, “Il massacro di Goldena”, una verà rarità che mostra un lato poco noto di suo padre…

Lui era un appassionato di letture popolari, ed era inevitabile che avesse la tentazione di diventare il nuovo Salgari. I suoi romanzi sono cose scritte negli anni '30, e mostrano tutti i segni del tempo. C'è stato un momento in cui si era appassionato agli americani che scrivevano polizieschi tosti, duri, tipo Mickey Spillane. Aveva preso una cotta per un certo tipo di letteratura sia gialla che western alla Louis L'Amour, gli era venuta voglia di scrivere queste cose, voglia che poi gli è passata alla svelta e non gli è più tornata. Mio padre era un entusiasta, e passando ai fumetti trovò un modo di raccontare talmente nuovo che risultò più vicino alle sue corde. Era affascinato dal cinema, quindi dal movimento, e tutto quello che era esprimibile in questa maniera gli dava più soddisfazione. Aveva capito insomma che per lui era meglio raccontare le storie con le figure più che con le sole parole. E “Il massacro di Goldena”, nato come romanzo, diventò anch’esso anni dopo un’avventura a fumetti disegnata da Ticci.

Domandina finale tanto scontata quanto necessaria: nell’attesa di altre ricorrenze, quali novità ci riserva il futuro di Tex?

Io sono un sostenitore della tradizione, ogni tanto cambiamo sceneggiatori o disegnatori e questo ogni tanto ci preoccupa perché il pubblico vorrebbe che noi non cambiassimo mai. Ho il problema opposto rispetto ad altri editori: invece che inventare cose nuove per Tex devo salvaguardare gli schemi abituali che i lettori apprezzano. A noi piace l'idea che sia un portabandiera del modo di sceneggiare e di proporre delle storie che oggi non vanno più.


PM
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